Domenica
Solenne e paffuto, Sua Eccellenza l’Arcivescovo salì sull’altare e solo dopo che il silenzio si era fatto totale, con voce ferma, declamò:
- Introibo ad altare dei!
Cominciò cosi, in quell’ultima domenica di luglio la messa detta delle Cresime, che proprio in quel giorno, da qualche anno a questa parte, era tradizione si svolgesse ed il gregge dei fedeli soleva stringersi intorno al suo Pastore che lasciava l’afosa Cosenza per una giornata nella fresca Casalmico. La messa delle Cresime era una delle più affollate dell’anno liturgico, vuoi perché tutti i parrocchiani di San Pietro, dove si svolgeva, ma anche quelli di San Biagio, volevano vedere il Vescovo, ma anche per la presenza stessa dei cresimandi, dei padrini e dei familiari. I cresimandi, quel giorno, erano tanti, almeno una ventina, e di tutte le età. C’erano ragazzi di dodici, tredici anni ed uomini fatti, cui il sacramento serviva giusto per potersi sposarsi in chiesa, come avrebbe voluto Antonio Castiglione, il fidanzato di Maria Rizzo, che era morto il mese prima. Nigro, Soldati e Filastò, dritti come fusi, seguirono tutta la funzione, ma alla fine solo i primi due entrarono in sacrestia, dove li attendevano Sua Eccellenza e Don Isidro, mentre il giovane rimase nella saletta di attesa, insieme ai tre pretini che avevano accompagnato il prelato nella visita pastorale. Don Isidro aveva dei fogli in mano e, quando tutti furono seduti, prese a leggere:
“ SABATO 20 GIUGNO – S. ETTORE
Non so se avrò il coraggio di scrivere tutte le cose orribili che sono successe oggi. Per farmi forza ho bevuto due bicchieri di arzente, ma so che non basteranno: tengo la bottiglia accanto a me, se serve ne berrò ancora. Eppure la mattinata al Borgo è stata bellissima. Canti e balli avevano animato la festa, conclusasi col discorso ufficiale del Ministro. Poi, don Gabriele e le altre autorità, me compreso, ci eravamo trasferiti alla Colonia, per il ricevimento. C’erano, oltre a quelli già detti, Taranto, Corigliano, i miei due futuri cognati, D’Angelo, quello che chiamano il Vate, e Mitraglia, il braccio sinistro di don Gabriele Rossi. E c’erano purtroppo, anche due ragazze, le povere figlie della mia sorellastra. Non avevano neanche vent’anni ed erano belle, ingenue e sincere. Io non volevo che fossero lì, ma il Vate insisteva ed anche gli altri. Colsi un riflesso maligno negli occhi di tutti: da quel momento mi accasciai su una poltrona e seguì passivamente gli avvenimenti, stordendomi con i liquori. Per questo sono colpevole anch’io, non meno degli altri. Diedero da bere alle ragazze, non so cosa, forse del vino drogato. Lo penso perché nessun altro bevve da quella bottiglia. Le fecero ballare. Ma non era quella danza gioiosa della mattina. Il vino aveva trasformato i movimenti in qualcosa di osceno e di malsano. Cominciai a temere il peggio, scrutando gli sguardi accesi degli altri. Ma quello che accadde fu al di là di ogni mia pessimistica attesa. D’Angelo tirò fuori una scatoletta, c’era una polvere bianca e cominciò ad annusarla. Invitò le ragazze a fare altrettanto, rassicurandole con la chioccia voce melliflua. Maria lo fece, inalò la polvere e cominciò a tossire, fece una smorfia orribile e crollò a terra. Era morta. Il micidiale miscuglio di droghe, ché di questo si trattava, aveva fermato il suo debole cuore. La sorella cominciò ad urlare, come in preda all’isteria, tutti gli altri erano come pazzi: saltavano di qua e di là, inetti e terrorizzati. Solo Rossi manteneva la calma. E Brega, naturalmente. Il ministro si avvicinò alla ragazza per terra e le toccò il collo con due dita. Scosse la testa, ma senza emozione alcuna, e indicando l’altra ragazza disse a Brega: - Pensaci tu! E questi immobilizzò Francesca da dietro, le prese la testa con le mani e gliela torse. Si udì un rumore secco, di ossa spezzate. L’aveva uccisa, freddamente, senza un minimo turbamento. Come un cuoco che strozza la gallina che poi deve cucinare. Con la stessa indifferenza e con gli stessi gesti, subito dopo, uccise anche Antonio Castiglione, il fidanzato di Maria, che si trovava in cortile con gli altri della Milizia, che nulla avevano potuto sentire e capire di quello che era avvenuto. Brega andò a chiamarlo e appena entrarono nella stanza strozzò pure lui. La sfortuna di Antonio fu che Taranto sapeva del rapporto sentimentale fra i due giovani, sicché Rossi pensò bene di eliminarlo. Ora c’erano tre morti, tre cadaveri da far sparire senza destare sospetti. Brega prese l’iniziativa: vidi che con l‘aiuto del solo Taranto, ché gli altri ne erano incapaci, portò fuori dalla stanza i tre corpi. Taranto tornò dopo qualche minuto, Brega dopo una buona mezzora. Il resto l’ho intuito dopo ed è quello che sanno tutti. L’incidente, la macchina nella scarpata, tre vite spezzate da un tragico destino. No, non è stato il destino. È stata questa banda di malvagi criminali a farli. E anch’io ne faccio parte. Maledetto il giorno che mi sono messo in società con quegli assassini. Fino a quando si trattava di fare speculazioni sui terreni o di truffare il Demanio o aggirare vincoli e leggi, non mi sono certo tirato indietro. Ho detto si, anche quando hanno deciso di bruciare boschi per farli diventare fondi edificabili. Ma quello che è successo, no! Che Dio li maledica. Che Dio mi maledica. Stasera ho visto Luigi Rizzo, ho cercato di evitarlo, ma lui mi ha fermato e mi ha guardato fisso, senza parlare. Ora so che lui sa tutto. Non so come ha potuto saperlo, ma lo sa. Dio mio aiutami. “
- E questo è tutto - fece Don Isidro.
Nei momenti di silenzio che seguirono Nigro ripensò al racconto che aveva letto qualche giorno prima, quello della foglia e del bosco, del cadavere e della carneficina e capì il senso di una frase letta in un libro e che l’aveva molto colpito. La natura imita l’arte. O per meglio dire, concluse tra sé, la realtà è la scimmia malvagia dell’immaginazione. Don Isidro diede i fogli al Vescovo, dicendogli:
- Questi, Vostra Eccellenza, teneteli voi. Sono certo che ne farete buon uso. Anche i miei due amici qui presenti sono d’accordo. Anzi è stato proprio il maresciallo a volere così.
- Certo, certo. Ma mi vorrete riconoscere che quello che potrò fare sarà al di là sia della giustizia di Dio, che umilmente servo, sia di quella degli uomini. Ma, ditemi, la persona che ci ha fatto avere queste pagine, quel Rizzo, dov’è adesso?
Il prete precedette Soldati e rispose:
- Vive solitario, nascosto nel profondo delle foreste della Sila. Solo con i suoi pensieri e i suoi ricordi. Verso metà aprile, subito dopo Pasqua, l’ho fatto visitare, a Cosenza, da una specialista. Ricordate Eccellenza proprio tramite voi ho ottenuto quella visita…
- Si ora ricordo: pover’uomo…
- Già, sono le parole giuste. Ebbene, e lo dico per voi altri due, che non lo sapete, il dottore gli accertò una malattia incurabile, ai polmoni. Gli ha dato non più di tre, quattro mesi di vita. Sei, se è fortunato. Ora, io dico, lasciamolo in pace per questo poco tempo che gli rimane. E che il Signore gli dia la forza di chiedere perdono.
- Sono d’accordo – fece Soldati -, ed ora Signor Vescovo, il brigadiere le deve chiedere un favore.
- Dimmi, figliolo, sono qui per questo.
Nigro, con un certo imbarazzo, prese a parlare:
- Si tratta di piccola cosa, non vorrei disturbare. Ma visto che me ne date agio, proseguo. C’è un mio giovane amico che non è proprio fidanzato, ma frequenta una ragazza, un’orfana che è servizio qui a Casalmico. Che è minorenne e vorrebbe prenderla in sposa. Anzi la dovrebbe, perché, come dire…
- E’ forse in attesa? – chiese il prelato.
- E’ proprio così, Vostra Eccellenza. Vorrei che aiutaste questi due giovani.
- Sarà mio piacere farlo. Non sia mai detto che il pastore abbandoni una pecorella smarrita. Sono certo che si tratta di quel giovane carabiniere qui fuori. Fatelo entrare e lasciateci soli con lui.
Dopo un quarto d’ora buono, Filastò uscì raggiante dalla sacrestia e sorridendo ringraziò i due superiori.
- Bene – fece, burbero, Soldati – il divertimento è finito! Torniamo in servizio! – e si avviò verso l’uscita, seguito da Filastò, che non stava più nella pelle, e dal brigadiere. Nigro, giusto sulla soglia, si girò per salutare i pretini. Uno di questi, quello più piccolo e magro, alzò la testa e ricambiò il saluto. Il brigadiere non poté non notarne il volto sereno e pacifico, incorniciato da una barba rada, e gli occhi vivi, dietro gli occhialini
(Continua, domani l'epilogo)